Andata e ritorno
Le luci e ombre nette del primo pomeriggio d’agosto tagliavano la strada in due facce. Da quella scura, popolata, partivano saluti e richiami, mentre il lato luminoso, deserto, ardeva dell’estate afosa.
Le due metà vivevano a velocità diverse, più dinamica l’ombra, più statica, vischiosa la parte assolata.
Alcuni piccioni banchettavano: briciole volate da tovaglie scosse dalle finestre che si affacciavano su quel selciato spinato. Caldo, fresco, caldo fresco, caldo, fresco, i piccioni picchibeccavano ripulendo sia le pietre infuocate che quelle tiepide riparate dalle facciate ombrose.
Le rare automobili che passavano si lasciavano dietro caldi mulinelli che si scioglievano subito nell’afa non appena il motore svaniva inghiottito dall’incrocio vicino.
Era l’ora panica, postprandiale, che certificava l’agosto, la sicurezza di ritrovare la stessa ombra proprio lì, accanto a quel tombino di ghisa incandescente, vicino a quel rammendo d’asfalto sulla pietra.
La strada, il cielo appeso sopra, le tovaglie colorate come bandiere arcobaleno, i piccioni, tutto era fissato in un enorme deja-vù.
Lei stava tornando a casa in taxi, dopo un viaggio cominciato nella sua giovinezza. Sotto il berretto umido di sudore si erano insinuati in avanscoperta i primi capelli grigi, ma quella strada la riconosceva come se l’avesse continuamente percorsa: niente era cambiato, gli odori, le luci, le ombre, i piccioni….
Il taxi si era fermato davanti al vecchio portone, quando lei si rivolse al tassista e disse: alla Stazione.